Jullien, filosofo ellenista apertosi alla Cina cercando un discorso obliquo con il pensiero orientale, compie quello che i filosofi scettici chiamavano ἐποχή ( epochè ), ovvero sospensione di giudizio. Per incontrare l'Altro, inteso nel senso di tutto ciò di esterno a noi, egli si libera dall'approccio strutturale e gerarchicamente e cronologicamente organizzato dell'Occidente che ricerca sempre le catene di causa ed effetto all'interno di un ordine consequenziale. Quest'approccio strutturalista, che in questo blog ho sostenuto e di cui ho mostrato i pregi, vacilla di fronte alle parole di Jullien, che invitano la mente a disfarsi, a portare alla luce quelle pieghe in cui si nasconde lo scarto. E il significato intimo di questo termine emerge da quel luogo in cui l'inconscio collettivo di una cultura sedimenta per primo: il linguaggio. La facile contrapposizione tra pensiero occidentale e orientale che vede nel primo la preminenza del Soggetto e nel secondo della Situazione è un'interpretazione scaturita da un pensiero che non si discosta dai propri paradigmi e contrappone in modo non complementare ingombranti categorie precostituite, quelle che antepongono il soggetto all'oggetto. Egli si ricorda delle proprie origini occidentali ma si posiziona sulla soglia nel momento dell'incontro con l'alterità, una soglia che permette l'accesso a, mentre rimanere indietro significherebbe ergersi a soggetto giudicante e impedire il fluire della pluralità che permette la conoscenza.
Scrive Francesca Ruina in "Un altro accesso all'alterità":
"Ben diverso dalla vecchia coppia filosofica identità-differenza, lo scarto di pone come una figura di disturbo(dérangement) e non di ordinamento (rangement), come ciò che non fa apparire identità ma fecondità, tensioni produttive."
E la ricerca dello scarto comincia per Jullien dalla lingua, dai sinonimi e non dalle antinomie come una mentalità occidentale sarebbe propensa a fare. Ed è così che realizziamo come la nostra lingua sia connotata a priori, sulla base del concetto di 'priorità' e 'direzionalità', tanto che nel domandare la statura usiamo le parole "Quanto sei alto/a?" e non "Quanto sei alto/a-basso/a?", con il rischio di offendere chi considera insoddisfacente la propria conformazione fisica, abituato a considerare l'altezza preferibile alla bassezza. Al contrario, in cinese la parola statura è
高低 (gãodī: alto-basso).
Emblematica in tal senso la parola cosa, connessa al latino 'causa' , perciò riconducibile alla visione consequenziale degli eventi, che in cinese si traduce in 'oriente e occidente', a indicare un tutto che comprende opposti complementari, senza confini netti di definizione, la cui essenza risiede nel nesso e non nell'identità:
东西 (döng xi:oriente e occidente)
In conclusione, una nuova etica per quanto concerne il mondo occidentale può nascere nel momento in cui si prenda coscienza del macigno che ci portiamo dietro: l'Ontologia, un'ontologia che non muta e che impedisce l'accesso alla pluralità del termine cultura. E l'ambizione alla ricerca dello scarto destrutturato, in quanto libero da ogni visione strutturalista, risveglia dal torpore di un sonno protrattosi a lungo la mentalità occidentale, offrendole una possibilità di maturare senza la guida certa di alcuna metafisica.
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